I risultati della ricerca Salemm: i giovani tra i 12 e i 18 anni sperano di poter coronare i loro sogni altrove. Ma c’è molta consapevolezza: partire è una scelta, non un obbligo. Si conoscono i rischi e le difficoltà, ma i desiderio è quello di emanciparsi, conoscere il mondo, guadagnare meglio.

minori-marocchiniMILANO – Migrare da Tunisia e Marocco è ancora un sogno. Ma i desideri da realizzare a Nord del Mediterraneo sono sempre più simili a quelli degli italiani che lasciano il loro Paese: emanciparsi, conoscere il mondo, guadagnare meglio. Ma sanno che il progetto non è di facile realizzazione, né che tutto sia facile. È la fotografia scattata da Salemm (Solidarité avec les enfants du Maghreb et Mashreq), un progetto che vede impegnati il Fondo provinciale milanese per la Cooperazione internazionale, l’International organization for migration (Iom) e Anolf Torino, con il contributo di Fondazione Cariplo. La ricerca è stata curata da Stefano Volpicelli, coordinatore del gruppo di ricerca transnazionale del progetto, insieme ai sociologi Moez Ben Hmida, che ha condotto la ricerca in Tunisia, Franco Prina dell’Università di Torino e Vincent Gomez, direttore di un centro di accoglienza di Marsiglia. La ricerca è stata realizzata a partire dal 2013. Anche l’Egitto doveva essere compreso, ma i ricercatori spiegano che i partner al Cairo hanno subito pressione per evitare che si pubblicassero le percezioni del Paese dei giovani. Sono 675 i giovani tra i 12 e i 18 anni intervistati per la ricerca tra Tunisia, Marocco ed Egitto.

La Tunisia è il Paese dove ancora persiste più forte il desiderio di “bruciare le frontiere”, come si dice lungo le coste di Sfax quando si parte per lasciare casa. L’indice sviluppato dai ricercatori di Salemm, che va da 1 a 10, indica in 6,57 il desiderio medio di partire, per il 22,3% l’indice è sopra l’8. Ma la partenza non è certo il progetto che condiziona la vita dei tunisini, soprattutto visto che ormai è stato smontato il cliché che chi parte è più felice. L’indice di accordo con questa frase è del 2,56 su 10, così come basso è il gradimento della frase “è più facile fare soldi all’estero” (3,03). Insomma, chi parte lo fa per realizzarsi in pieno come persona, più che per stringente necessità. Il profilo dei partenti, infatti, spesso ha in sé un elemento di ottimismo e di fiducia del futuro. Oppure, all’opposto, parte chi ormai pensa di non avere più nulla da spartire con il proprio Paese. In Tunisia è forte sui giovani il peso della rivoluzione e delle istanze ancora da raggiungersi, scrivono i ricercatori. In particolare in termini di libertà e di giustizia sociale.Il Marocco, invece, emerge come un paese ancora molto legato alle tradizione. E i suoi giovani di conseguenza sono meno propensi a partire. Una delle differenze più evidenti riguarda la percezione della famiglia: per i tunisini è una fonte di frustrazione che li porta a cercare casa altrove, per il 77% dei marocchini è uno dei motivi che fa restare nel Paese. Il 93,6% dei ragazzi tra i 12 e i 18 anni intervistati ha avuto, tra amici o parenti, esperienza di che cosa significa emigrare. E il 32,6% si vede, tra dieci anni, in veste di emigrante (meno di un intervistato su dieci ha mai varcato le frontiere del Paese). Le destinazioni più ambite sono Francia (quasi la metà di chi ha risposto), Italia (28,2%), Stati Uniti (27%) e Spagna (23%). Ma il progetto di partire è difficile (57%) o molto difficile (29,3%).

Per i migranti la valutazione a posteriori della loro partenza nel 63% dei casi è positiva. Lo si evince dai dati raccolti nei centri d’accoglienza italiani e francesi. Marsiglia, in particolare, è il centro di cui Vincent Gomez è direttore. Sono 322 i migranti intervistati e per tutti il racconto è lo stesso: arrivo in Italia (in Spagna per i marocchini) con un barcone, passaggio attraverso il Paese di sbarco in auto o camion fino a Marsiglia e Nizza, dove l’impatto è molto duro. Hanno quasi tutti un’esperienza da squatter e da irregolari. Poi, con la regolarizzazione e il lavoro, sale il grado di soddisfazione. Una curva che comincia a scendere quando l’immigrato si integra e inizia ad avere nostalgia di casa e del mondo lasciato alle spalle. L’approfondimento del profilo sociologico di chi parte e di chi arriva fa pensare a Emanuele Pinardi, consulente del Fondo provinciale milanese per la cooperazione, che serva “un Erasmus del Mediterraneo”, come strumento di confronto e di scambio di idee tra le sponde, senza che per forza sia necessario un progetto migratorio. (lb)

Dall’agenzia di stampa Redattore sociale

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